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SE SOLO POTESSI... 9 DOMANDE CHE CAMBIERANNO LA TUA VITA (Max Formisano) |
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Avrei messo 3 stelline e 1/2, ma aNobii non me lo permette...
ammetto che se mi fossi trovata in libreria davanti ad un libro del genere non lo avrei neanche degnato di una sfogliata veloce e distratta, perché ho sempre accuratamente scansato i manuali che promettono di cambiare la vita, di far diventare bravi, dei geni in qualcosa, qualsiasi cosa, ecc... insomma, non è il mio "genere" di lettura ma mi è stato vivamente consigliato da un amico dell'autore, e se non avessi avuto fiducia in chi me l'ha consigliato, avrei potuto pensare che si trattasse di un consiglio interessato, ma dal momento che so che il consiglio era disinteressato, alla fine la settimana scorsa l'ho comprato e l'ho letto per primo, rispetto a tutti i libri acquistati quel giorno.
Ho seguito il consiglio dell'autore: matita alla mano, ho sottolineato frasi e concetti, ho disegnato freccette a bordo pagina per indicare gli aforismi che ho trovato più significativi (così da ritrovarli velocemente per inserirli sul mio sito... magari, se all'autore non dispiacerà, potrei inserire anche alcune sue frasi - ovviamente citandolo!), un paio di brevi note a margine... avrei dovuto prendere ed usare anche blocco e penna per scrivere appunti, segnare, elencare, annotare, come consiglia l'autore, ma dal momento che mi sono ripromessa di rileggerlo per approfondire meglio alcuni punti, la prossima volta che lo aprirò, mi armerò di tutto il necessario.
sinceramente ci sono diverse cose che non ho capito: 1) innanzi tutto il titolo (che rispecchia all'interno la suddivisione in nove capitoli che rispondessero appunto alle nove domande che dovrebbero cambiare la mia vita), lo trovo banale, per nulla accattivante, non incuriosisce né spinge ad acquistare e leggere il libro (ripeto: io l'avrei snobbato!)
2) in secondo luogo l'albicocca. L'autore lo spiega in un paio di occasioni, l'albicocca sarebbe anche il simbolo della sua attività, ma dev'essere sicuramente un mio limite, perché io questo nesso tra l'albicocca ed il significato che lui vuole darle, non riesco proprio a vederlo!
3) e poi queste benedette nove domande! insomma: se avesse dato titoli "normali" ai capitoli, senza porre domande - in alcuni casi inutili perché poco rispondenti al contenuto, in altri casi "assurde" (come quella delle spalle dei giganti...) - forse non si sarebbe affatto notata l'assenza del punto interrogativo! io non l'avrei notata! Durante la lettura facevo forza su me stessa per leggere almeno un paio di volte la domanda-titolo, prima di iniziare il capitolo successivo, altrimenti avrei iniziato la lettura senza sapere a cosa l'autore intendeva rispondere!
4) la ripetitività: ho avuto l'impressione di leggere e rileggere in tutte le 182 pagine, sempre gli stessi concetti. descritti, ampliati, chiariti, esemplificati, approfonditi ogni volta in maniera diversa e interessante, ma pur sempre "gli stessi concetti"! E dopo un po', rileggere sempre più o meno le stesse cose, arriva a noia... mi deconcentro, cala l'attenzione, rischio di saltare a piè pari alcuni pezzi, oppure di doverli rileggere un paio di volte per non perdere il filo...
5) il prezzo: capisco benissimo quanto sia costoso pubblicare un libro e quanto poco guadagno un autore ne riceva... però 22,00 euro mi paiono davvero eccessivi per questo libro (e anche per altri libri dello stesso genere...), ma anche questa, come le precedenti, è solo la mia opinione personale!
Avrei messo tre stelline e mezza, dicevo prima, ma ho arrotondato a quattro (e non per difetto a tre) per il contenuto: interessante, utile (oltre che da rileggere ed approfondire, come dicevo all'inizio); per lo stile: chiaro, scorrevole, simpatico, ricco di esempi; ed infine per un mio personalissimo rispecchiare alcuni aspetti e diverse esperienze della mia vita, in molte delle situazioni descritte dall'autore... e chi mi ha consigliato il libro, probabilmente tutto questo lo sapeva... ;-)
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MEMORIE DI UNA GEISHA (Arthur Golden) |
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Alcune premesse sono obbligatorie: ho visto il film - diverse volte – due o tre anni fa mi pare, e comunque, ovviamente, prima di leggere il libro; ho visto un paio di documentari - su history channel o national geographic channel, non ricordo più - prima di vedere il film, sulla vita delle geishe, sulle abitudini e tradizioni, sul trucco e l’abbigliamento, e la mia mente era già sgombra dai pregiudizi occidentali intorno alla figura delle geishe (figura che non mi pare esista altrove al mondo: sono artiste, specializzate nella compagnia in feste private, e non comuni prostitute, neanche di lusso, né escort) quando ho iniziato a leggere il libro.
Il libro racconta una bella storia, originale per certi versi, soprattutto per una lettrice, come me, occidentale; un po' forzata e banale forse per altri (l’amore a senso unico che accompagna Sayuri dall’infanzia fino all’età adulta, per il Presidente, mi ricorda quello di Rossella O’Hara per Ashley… e mi sembra più una testarda fissazione, un chiodo fisso, più che amore vero e proprio! La stessa decisione finale di lasciare la vita da geisha nel momento in cui finalmente dopo tanti anni corona il suo sogno di avere il Presidente come danna, mi sa troppo di “romanzo rosa”, la immaginavo più adatta alla sceneggiatura del film, che non al libro). Rappresenta sicuramente una bellissima finestra sulla vita, sulle abitudini, sugli usi e tradizioni delle geishe d’inizio secolo (innegabilmente, come viene raccontato nel romanzo, dopo la seconda guerra mondiale cambia tutto, anche nel loro apparentemente immutabile mondo). Il romanzo descrive le loro acconciature, il loro trucco, il loro abbigliamento, la difficoltà dell’apprendistato, gli studi di musica e danza, i rapporti “familiari” e sociali (le sorelle maggiori, le madri e le adozioni, gli stessi clienti che comprando il mizuage delle apprendiste ne diventano padrini, i danna, ecc…) il loro essere “artiste”, i loro compiti quando vengono richieste per accompagnare delle feste nelle sale da tè, descrive tutto questo e molto di più, dicevo, pur senza apparire un pesante e noioso saggio. Tant'è vero che quando ho iniziato a leggerlo ero un po' perplessa: 560 pagine mi sembravano tante! ma quando solo nel primo giorno di lettura ero arrivata a superare la metà, mi sono resa conto che la lettura era scorrevole e mi immergeva completamente nelle atmosfere del Paese del Sol Levante.
Interessante anche il linguaggio usato (il romanzo è costruito come un’intervista dell’autore alla geisha – o meglio: ormai ex-geisha – Sayuri) che trovo diverso dal linguaggio utilizzato in Occidente per descrivere eventi o situazioni: abbondano infatti i paragoni come “quando ero una giovane donna ero convinta che la passione svanisse con l’età, così come una tazza abbandonata in una stanza lascia via via evaporare ciò che contiene; (…)”; “un albero può sembrare splendido come sempre, ma, allorché ti accorgi che è infestato da insetti e che le estremità sono dei rami sono imbrunite dalla malattia, anche il tronco finisce per perdere una parte della sua magnificenza” (questa seconda frase in particolare, è usata per descrivere il decadimento fisico della rivale geisha Hatsumomo) ed è un linguaggio che mi piace molto: tipico di chi si prende tutto il tempo per osservare, ricordare, rivivere le stesse sensazioni in altre occasioni e situazioni, tipico dei temperamenti riflessivi, che non si lasciano prendere dalla fretta o dalla vita frenetica, linguaggio che ben si adatta all’epoca, ai paesaggi, allo stile di vita della geisha Sayuri. E nonostante la particolarità del linguaggio e della capacità descrittiva, nonostante la scorrevolezza, e la capacità di immergere me lettrice, all'interno dell'okiya Nitta nel quartiere delle geishe Gion, a Kyoto, a vivere con Sayuri le difficili esperienze di un'adolescente destinata a diventare una geisha, non posso certo affermare che lo stile dell’autore sia uno stile assolutamente originale, da capolavoro! Anzi… mi dà quasi l’impressione di non avere uno stile di scrittura “particolare”, capace di farsi “notare”, non so se rendo l’idea…
La sceneggiatura del film ovviamente ha modificato alcune parti della storia per adattarla alla versione cinema, ma è comunque impeccabile nel rendere al mondo la bellissima finestra sulla vita delle geishe nella prima metà del secolo scorso… mi è comunque dispiaciuto un po’, averlo visto prima del libro anche se a me in genere piace leggere i libri anche dopo aver visto i film da essi tratti (via col vento, dracula, persino cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, e tanti altri…) ma in questo caso ho come l’impressione che il film mi abbia “rubato” qualcosa dell’atmosfera di Kyoto… non so… Read 0 Comments... >> |
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ESTRATTO da "Memorie di una Geisha" di Arthur Golden |
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Il Barone sembrava aver ottenuto ciò che voleva o, almeno, per un attimo non fece altro. Mi sentii sul petto le sue mani che carezzavano la stoffa della sottoveste. Quando riaprii gli occhi, lui era dietro di me e mi annusava i capelli e il collo. Aveva lo sguardo fisso sullo specchio... puntato, mi parve, sulla fascia che mi teneva chiusa in vita la sottoveste. Ogni volta che le sue dita si spostavano, cercavo, con la forza della mente di allontanarle, ma fin troppo presto cominciarono a strisciare come ragni lungo tutto il mio ventre e subito dopo si infilarono nella mia fascia e presero a tirare. Più di una volta tentai di fermarlo, ma il Barone spingeva di lato le mie mani come aveva fatto in precedenza. Alla fine la fascia si sciolse; il Barone se la lasciò scivolare dalle dita, facendola cadere a terra. Le gambe mi tremavano e la stanza mi appariva come una macchia confusa quando lui afferrò con le mani i legacci della sottoveste cominciando ad aprirli. Non potei trattenermi dall'afferrargli di nuovo le mani.
"Non essere così tesa, Sayuri!" mi sussurrò. "Per gli dei del cielo, non ti farò nulla che non mi sia permesso fare. Voglio soltanto guardarti, non capisci? In questo non c'è nulla di sbagliato. Qualunque uomo farebbe lo stesso."
Mentre lo diceva, uno dei lucidi peli che aveva in faccia mi solleticò l'orecchio, cosicché fui costretta a girare la testa di lato. Immagino che dovesse aver interpretato quel movimento come un cenno di assenso, perché le sue mani cominciarono a diventare di colpo più frenetiche. Mi aprì la sottoveste. Sentii le sue dita sul costato, che mi facevano quasi il solletico mentre lui si affannava ad aprirmi la camiciola che portavo sulla pelle. Un attimo dopo ce la fece. Ero atterrita all'idea di ciò che il Barone avrebbe visto, quindi, pur tenendo la testa girata, lanciai un'occhiata in tralice allo specchio. La camiciola era aperta e lasciava intravedere una lunga striscia di carne nuda al centro del mio torace.
Intanto le mani del Barone si erano spostate sui miei fianchi, impegnate a sciogliermi il koshimaki. Quando quel giorno stesso, di prima mattina, me l'ero avvolto in numerosi giri, l'avevo bloccato in vita più strettamente di quanto fosse necessario. Il Barone stentava a trovare la chiusura, ma dopo alcuni strattoni allentò la stoffa in modo tale da riuscire, con un unico lungo strappo, a sfilarmela tutta. Mentre la seta mi scivolava sulla pelle, sentii un suono uscirmi dalla gola, qualcosa di simile ad un singhiozzo. Afferrai con le mani il koshimaki, ma il Barone me lo strappò e gettò anche quello al suolo. Poi, con la stessa lentezza con cui un uomo può togliere la coperta da sopra un bimbo addormentato, mi spalancò la sottoveste, trattenendo il fiato durante tutto quel lungo istante, quasi stesse svelando qualcosa di magnifico. Mi sentii nella gola un bruciore da cui compresi che stavo per scoppiare a piangere, ma non sopportavo lìidea che il Barone potesse vedermi nuda e anche in lacrime. Riuscii in qualche modo a trattenerle, proprio sull'orlo delle palpebre, e fissai lo specchio con una tale intensità che per un lungo attimo ebbi l'impressione che il tempo si fosse fermato. Prima di allora non mi ero certamente mai vista così nuda. E' vero che avevo ancora ai piedi le calze abbottonate, ma mi sentivo più esposta in quel momento, con i legacci della veste sciolti, di quanto mi fossi mai sentita in un bagno pubblico, senza alcun indumento addosso. Vidi lo sguardo del Barone indugiare qua e là mentre fissava il mio riflesso nello specchio. Dapprima spalancò ancora di più la sottoveste per far risaltare la linea dei miei fianchi; poi abbassò gli occhi verso la zona oscura che era fiorita su di me negli anni trascorsi dal mio arrivo a Kyoto, indugiandovi a lungo; infine rialzò lo sguardo lentamente, passando oltre il ventre e lungo il costato, fino alle due areole color prugna: prima da un lato, poi dall'altro. A quel punto il Barone allontanò da me una delle sue mani, cosicché da quella parte la sottoveste tornò a coprirmi. Ciò che fece con quella mano non sono in grado di dirlo; in ogni caso non la vidi più. A un certo punto avvertii una fitta di panico nello scorgere una spalla nuda uscire dal suo accappatoio. Non capivo che cosa stesse facendo... e, anche se oggi mi sarebbe possibile formulare una precisa ipotesi, preferisco non pensarci. So soltanto che avvertii distintamente il suo fiato arroventarmi il collo. Dopo, non vidi altro. Lo specchio divenne una confusa macchia argentea: non ero più riscita a contenere le lacrime.
A un tratto il respiro del Barone rallentò. Avevo la pelle così calda e madida di sudore dalla paura che, quando finalmente mi lasciò andare la sottoveste facendomela ricadere addosso, sentii la ventata sulla schiena come una piacevole brezza. Subito dopo mi ritrovai sola nella stanza: il Barone era uscito senza che me ne fossi accorta.
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POESIE: "Lentamente muore" di Martha Medeiros |
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Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
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IL PROFUMO (Patrick Suskind) |
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L'olfatto è il più "antico" dei nostri sensi e delle nostre capacità, eppure è anche il meno considerato.
Non dimentichiamo che siamo "animali" e come animali discendenti di altri animali è attraverso l'olfatto che percepiamo il mondo, ancor prima che con la vista, l'udito, il tatto, il gusto, ancor prima che con qualsiasi altra capacità acquisita o sviluppata di comunicazione come la parola.
Attraverso l'olfatto, i nostri antenati percepivano la presenza di prede o predatori, cibo o pericoli in agguato.
Non è forse annusando che spesso riconosciamo se un alimento è andato a male, o se è ancora commestibile?
L'olfatto è anche il primo mezzo, quello più primitivo, ma anche quello più sicuro, che abbiamo per comunicare con il resto del mondo.
Ricordo ancora il giorno che è nato mio figlio: quando l'ostetrica lo ha appoggiato vicino a me, ancora sporco di sangue e liquido amniotico, la prima cosa che ho fatto è stata annusarlo. Non ho percepito in realtà alcun odore particolare in quell'esserino minuscolo e spelacchiato che mi emozionava e commuoveva tanto, mi stupìvo io stessa di quel gesto, ma inconsciamente in qualche angolo remoto del mio cervello stavo registrando l'odore naturale del mio bambino, e con esso quel legame che, tagliato il cordone ombelicale, mi legherà a lui, e lui a me, per tutta la vita.
È attraverso l'olfatto che registriamo l'istintiva antipatia o simpatia per qualcuno: attraverso gli odori naturali – come li chiamano? Feromoni, mi pare – nostri propri, e quelli di chi ci circonda, ancor prima che comunicare con i gesti, con la mimica, con il linguaggio, ci sentiamo disponibili verso qualcuno, attratti o indichiamo il nostro livello di desiderio, di disponibilità...
Attraverso l’olfatto le femmine di molte specie, comunicano ai maschi il periodo del calore; anche noi donne: gli ormoni femminili tipici del ciclo, non cambiano solo il nostro umore, ma anche l’odore naturale delle nostre “secrezioni”, il sudore innanzi tutto, comunicando ai maschi della nostra specie la nostra disponibilità (fisica per lo meno) alla fecondazione.
Attraverso l’olfatto i maschi dominanti comunicano agli altri maschi del branco “questa è la mia zona”, marcando il territorio. E così nella specie umana, è attraverso l’olfatto – a livello inconscio, ovviamente – che riusciamo a comunicare emozioni come aggressività, stress, stanchezza, paura, ecc…
Lo so, è riduttivo, ricondurre tutto ciò che riguarda la nostra sfera emotiva ad una mera questione di odori, ma ci sono tante cose che riguardano i nostri sentimenti e le nostre emozioni, che non riusciamo a spiegare, e che al limite giustifichiamo con una maggiore o minore “istintività” propria del nostro carattere, e che invece sono dominati da un livello diverso del nostro inconscio: il riconoscimento di alcuni particolari odori…
Queste sono le premesse di un libro tanto particolare come "Il profumo", ed ora le descrizioni: avete presente le ricche ed elaborate associazioni che il sommelier Paolo Lauciani al TG5 faceva (non so se la rubrica esista ancora, è un bel po' di tempo che per motivi di orario, non seguo più il TG5 all'ora di pranzo...) per descrivere il bouquet aromatico ed il sapore ed il retrogusto di un vino? ecco, in questo libro, pagina dopo pagina avviene la stessa cosa, l'autore riesce a rievocare e a richiamare con le sole descrizioni, nella mente del lettore gli aromi, gli odori, i profumi più disparati!
Il protagonista, di per sè, sul lettore ha lo stesso effetto che ha nel libro per le persone che incontra e che conosce: piccolo, insignificante, anche un po' bruttino, ma tutto sommato innocuo: innocuo perché non ha alcun odore che ne permetta il riconoscimento - a livello inconscio - come persona positiva o negativa. è di fronte agli altri, come un uomo senza ombra, come un uomo invisibile, se ne vede l'utilità, lo si sfrutta, ma senza quasi considerarlo al pari degli altri uomini...
Lui stesso, tanto concentrato nella sua percezione del mondo attraverso l'olfatto, tanto coinvolto ed interessato dalla scoperta e dallo sfruttamento della sua capacità – superiore agli altri esseri umani – di sentire, immagazzinare, registrare, ma anche riprodurre gli odori naturali di qualsiasi cosa lo circondi, così concentrato sugli odori esterni, che solo dopo aver passato anni da solo con se stesso, si rende conto di non avere alcun odore personale, e d’un tratto tutto gli appare più chiaro: la vita, le persone, i loro odori, il loro comportamento nei suoi confronti, e ne fa una missione: ricreare l’aroma più “perfetto” che possa esistere in natura, usarlo come se fosse un vestito, per farsi amare, idolatrare, per rivivere la “Babele” del XVIII secolo: la presunzione dell’uomo che conscio delle proprie capacità e possibilità, le sfrutta per elevarsi a Dio sui suoi simili. È paziente, Grenouille, ci mette anni per raffinare l’arte del profumiere, lavora silenzioso ed apparentemente umile, viaggia ed impara il mestiere e tutti i suoi segreti, e nel frattempo osserva, ascolta, ma soprattutto sente e percepisce con l’olfatto, i suoi simili, e più li conosce, più si sente superiore ad essi per il solo fatto di possedere il dono che la natura gli ha concesso, e di saperlo usare.
Ma solo con la morte di venticinque fanciulle vergini, può riuscire a ricreare quel profumo divino, sovrannaturale, che lo renderà Dio, di fronte a chiunque venga a contatto con lui, quel profumo che lo salverà dal patibolo una volta, e che lo porterà alla morte, l’unica fine possibile per i suoi folli propositi.
Questa in breve è la trama… e Suskind l’ha descritta in maniera magistrale. Avrei messo anche la quinta stellina, per la verità, se non fosse che verso la fine ho trovato la trama piuttosto surreale e forzata: mi è quasi parso che ad un certo punto l’autore avesse “fretta” di terminare l’opera, ed ecco che le descrizioni sono meno dettagliate, e se all’inizio il susseguirsi degli eventi era piuttosto lento, vivendo con il protagonista anno dopo anno la sua vita, verso la fine, nelle ultimissime pagine, ecco che due anni – i due anni cruciali in cui il protagonista si impegna seriamente nella creazione del Suo Profumo – si consumano in una manciata di pagine.
Sottolineerei poi un paio di eventi decisamente “forzati”, il cui inserimento nella trama secondo me è stato eccessivo: è infatti poco credibile la massa di cittadini coinvolta in un’orgia pubblica sotto il palco della sua condanna a morte, per aver solo sentito “una goccia” del Suo Profumo! È altrettanto poco credibile – sebbene in linea con la follia che si è impossessata della mente di Grenouille – la morte che avrà appena poche pagine dopo… Possibile che abbia fatto il possibile per salvarsi dalla morte, per poi immolarsi in maniera tanto cruenta poche pagine dopo?!? Read 0 Comments... >> |
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