2 NOVEMBRE
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- Category: Pensieri
- Published on Tuesday, 01 November 2011 19:06
- Written by Alessandra
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Ho letto da poco, il mese scorso, due gialli intitolati “giorno dei morti”, uno è di Agatha Christie, l’altro di Maurizio De Giovanni. È stata una coincidenza, un caso.
Domani è il giorno dei morti, eppure mi sembra che questo ricordo abbia perso molto dei suo significato intrinseco.
Innanzi tutto, il giorno di Ognissanti, non esiste più, dal momento che tutti – giustamente – approfittano della festività di oggi per recarsi al cimitero, dal momento che il giorno dedicato ai defunti è un giorno lavorativo, e tra scuola, lavoro, spesa, ripresa delle quotidiane e settimanali attività non c’è proprio il tempo di andare al cimitero!
E questa fusione tra le due giornate ci può anche stare, se consideriamo che nella nostra mente, spesso, tendiamo a dimenticare i torti subìti, o le spigolosità (anche gli enormi difetti che ci facevano rabbia) del carattere di chi non è più tra noi, e quindi i nostri cari iniziano poco a poco ad assumere un’aura di santità alla quale aspiriamo inconsciamente tutti (non ci piacerebbe che si dicesse di noi “sono sempre i migliori che se ne vanno”, oppure “la buon’anima”, ecc. ?!?). Credenti o no, tutti ci riconduciamo al principio per cui nessuno muore davvero finché vive nella memoria dei suoi cari (mi pare che Foscolo dicesse qualcosa del genere, no?! D’altronde sono anche passati quasi vent’anni da quando l’ho studiato, perciò mi auguro che nessun lettore sia troppo severo con me, se la memoria scolastica m’inganna ogni tanto…)
E così ecco le bancarelle, i negozi di fiori addobbati che neanche in primavera… e le famigliole con nonni e bambini al seguito, i ragazzi che portano le fidanzate a “conoscere i nonni o gli zii” anch’essi tutti addobbati come per un matrimonio o per una serata in discoteca. Si scoprono zone parcheggio laddove non se ne sospettava neanche l’ombra, e poco distanti dai vigili urbani, ecco dei gentilissimi signori in tuta e marsupio che ti salutano gentilmente quando esci o quando rientri in auto aspettandosi la “mancia” per essere stati lì tutto il giorno a far cosa? non si sa, ma tant’è, mica si può lesinare su quella moneta e fare la figura dei taccagni, oppure attaccar polemica con gente che non si conosce, per così poco, no? E se non hanno lavoro, meglio lì, ad aiutare le povere signore imbranate nelle manovre di parcheggio, gesticolando vistosamente – mai che aiutassero un uomo, eh? – e a “custodire” le auto, piuttosto che a rubare negli appartamenti…
L’intera città si smobilita. E sì che parliamo di una città di provincia, ma transenne, deviazioni, vigili urbani impegnati ad ogni angolo, ad ogni incrocio nella zona, e un’intera comunità – perché in ogni famiglia ci sarà un defunto da ricordare, no? – che sembra darsi appuntamento per un breve ricordo di cari parenti o amici.
Gruppetti di amici che si incontrano solo una o due volte l’anno – al cimitero, appunto, il giorno dei santi, e magari anche un pomeriggio di dicembre, durante lo shopping natalizio in centro – che approfittano dell’occasione per aggiornarsi reciprocamente sulle vicende familiari, lavorative, sentimentali degli ultimi “tot” mesi (o anni) trascorsi senza sentirsi, e dopo mezz’ora di chiacchiere si salutano dicendosi “ehi, ma dobbiamo organizzarci presto per una pizza insieme, vi va? Ci sentiamo, ok?” anche se tanto lo sanno che si rincontreranno la prossima volta l’anno prossimo, di nuovo al cimitero…
Tacchi 10-12 che rimbombano per i poco silenziosi viali, minigonne, calze a rete, pellicce, rossetti e smalti dai colori così sgargianti che neanche in discoteca si può ammirare una tale varietà di stili… ma il cimitero non era un luogo di culto? Non dico di dover indossare per forza abiti neri o scuri, ma insomma, una via di mezzo, magari… un po’ di sobrietà… A me era stato insegnato che non si mette neanche il rossetto, e che così come in chiesa non si mostrano le spalle scoperte, o le gambe, ma a quanto pare mi sbagliavo…
Le famiglie che possono permetterselo, nei giorni precedenti pagano una donna che si occupi di rendere pulite ed “accoglienti” (nel senso più “ampio” del termine, ovviamente) le tombe di famiglia, e chi non può permetterselo se ne occupa da solo; le vedove di una “certa età” si preparano con sedia comoda, borsa con acqua e vivande e tutto il necessario, a trascorrere uno o due giorni, dalla mattina alla sera, a fissare la tomba del caro estinto, e ad “accogliere” – appunto – i parenti, anche quelli lontani, ed amici o conoscenti che in quest’occasione si ricordano di lui e vanno a “trovarlo”. Il più delle volte è un’occasione per qualche chiacchiera con la vedova, e
Ci sono persone che sostano davanti ai banchi dei fiori a lungo, scegliendo il tipo, e il colore, per accostarli, per non sfigurare di fronte a chi verrà a “pregare” (?!?) e per non essere da meno, nel confronto con le altre lapidi – d’altronde, è vero: è triste, non solo in questi giorni, ma tutto l’anno, vedere il vasetto vuoto sotto la foto, magari in bianco e nero… - e che passano molto più tempo a tagliare, sistemare, piegare, eliminare foglie, rami e fiori nei vasi come se fossero ad un torneo di ikebana in attesa che il giudice dagli occhi a mandorla passi a dare un voto al componimento! Poi arriva il parente con l’unico ramo di orchidee violacee – che qui chiamano “singapore” – o con una rosellina senza foglie, e infilandolo anche con un po’ di sforzo nel vasetto, rovina le scelte, gli accostamenti, la sistemazione e l’impegno “ikebanico” va a farsi benedire…
Mio padre era lì, solo, immobile nel suo sorriso così com’era il giorno in cui mi sono sposata, due mesi prima che ci lasciasse. Il nome quasi invisibile, nascosto dalle rose color pesca che mia madre ha scelto per lui. Credo che nessun altro sia andato a trovarlo, dei parenti, degli amici, dei colleghi, eppure non ho mai incontrato una persona che – anche quand’era in vita, lontani dal processo mentale di santificazione dei defunti – non avesse belle parole per lui, perché era sempre disponibile e generoso… eppure oggi, nel viavai generale che aveva invaso quel silenzioso luogo di riposo eterno, osservava distrattamente i visitatori, alcuni noti, altri sconosciuti, che lasciavano fiori e qualche chiacchiera ai suoi “vicini”, scambiava forse qualche pensiero con un paio d’altri che come lui sembravano dimenticati, e aspettava che il pensiero che lui aveva sempre per tutti, almeno una volta l’anno fosse ricambiato.
La verità è che ancor oggi, a cinque anni di distanza, non riesco a capacitarmi che lui sia lì, dietro quel marmo inciso, dietro quella foto sorridente, e mi sento colpevole se quando vado a trovarlo mi siedo davanti a lui ed osservo inebetita la foto senza sapere cosa dirgli, senza riuscire nemmeno a recitargli una preghiera.
La verità è che in questo periodo avrei bisogno di lui più di quanto ne abbia mai avuto in vita mia, e se spesso ho sentito il suo amore, la sua presenza accanto a me, al di là di ogni dimensione fisica, di spazio e di tempo, oggi più che mai lo sento assente, lontano, distante… e mi manca…


