NAPOLI

Tramonto sul Vesuvio

NAPOLI

PAESTUM (SA)

Tempio di Atena

PAESTUM (SA)

PAESTUM (SA)

Tempio di Poseidone (Apollo)

PAESTUM (SA)

GROTTAGLIE (TA)

All'interno del castello - museo

GROTTAGLIE (TA)

POMPEI (NA)

Scavi in notturna

POMPEI (NA)

DIAMANTE (CS)

Lungomare

DIAMANTE (CS)

PAESTUM

Spiaggia

PAESTUM

OSTUNI (BR)

Scorcio

OSTUNI (BR)

DIAMANTE (CS)

Isola di Cirella

DIAMANTE (CS)

PAOLA (CS)

Ingresso del Santuario di San Francesco

PAOLA (CS)

Estratto da... MEMORIE DI UNA GEISHA di Arthur Golden

Il Barone sembrava aver ottenuto ciò che voleva o, almeno, per un attimo non fece altro. Mi sentii sul petto le sue mani che carezzavano la stoffa della sottoveste. Quando riaprii gli occhi, lui era dietro di me e mi annusava i capelli e il collo. Aveva lo sguardo fisso sullo specchio... puntato, mi parve, sulla fascia che mi teneva chiusa in vita la sottoveste. Ogni volta che le sue dita si spostavano, cercavo, con la forza della mente di allontanarle, ma fin troppo presto cominciarono a strisciare come ragni lungo tutto il mio ventre e subito dopo si infilarono nella mia fascia e presero a tirare. Più di una volta tentai di fermarlo, ma il Barone spingeva di lato le mie mani come aveva fatto in precedenza. Alla fine la fascia si sciolse; il Barone se la lasciò scivolare dalle dita, facendola cadere a terra. Le gambe mi tremavano e la stanza mi appariva come una macchia confusa quando lui afferrò con le mani i legacci della sottoveste cominciando ad aprirli. Non potei trattenermi dall'afferrargli di nuovo le mani.

"Non essere così tesa, Sayuri!" mi sussurrò. "Per gli dei del cielo, non ti farò nulla che non mi sia permesso fare. Voglio soltanto guardarti, non capisci? In questo non c'è nulla di sbagliato. Qualunque uomo farebbe lo stesso."

Mentre lo diceva, uno dei lucidi peli che aveva in faccia mi solleticò l'orecchio, cosicché fui costretta a girare la testa di lato. Immagino che dovesse aver interpretato quel movimento come un cenno di assenso, perché le sue mani cominciarono a diventare di colpo più frenetiche. Mi aprì la sottoveste. Sentii le sue dita sul costato, che mi facevano quasi il solletico mentre lui si affannava ad aprirmi la camiciola che portavo sulla pelle. Un attimo dopo ce la fece. Ero atterrita all'idea di ciò che il Barone avrebbe visto, quindi, pur tenendo la testa girata, lanciai un'occhiata in tralice allo specchio. La camiciola era aperta e lasciava intravedere una lunga striscia di carne nuda al centro del mio torace.

Intanto le mani del Barone si erano spostate sui miei fianchi, impegnate a sciogliermi il koshimaki. Quando quel giorno stesso, di prima mattina, me l'ero avvolto in numerosi giri, l'avevo bloccato in vita più strettamente di quanto fosse necessario. Il Barone stentava a trovare la chiusura, ma dopo alcuni strattoni allentò la stoffa in modo tale da riuscire, con un unico lungo strappo, a sfilarmela tutta. Mentre la seta mi scivolava sulla pelle, sentii un suono uscirmi dalla gola, qualcosa di simile ad un singhiozzo. Afferrai con le mani il koshimaki, ma il Barone me lo strappò e gettò anche quello al suolo. Poi, con la stessa lentezza con cui un uomo può togliere la coperta da sopra un bimbo addormentato, mi spalancò la sottoveste, trattenendo il fiato durante tutto quel lungo istante, quasi stesse svelando qualcosa di magnifico. Mi sentii nella gola un bruciore da cui compresi che stavo per scoppiare a piangere, ma non sopportavo lìidea che il Barone potesse vedermi nuda e anche in lacrime. Riuscii in qualche modo a trattenerle, proprio sull'orlo delle palpebre, e fissai lo specchio con una tale intensità che per un lungo attimo ebbi l'impressione che il tempo si fosse fermato. Prima di allora non mi ero certamente mai vista così nuda. E' vero che avevo ancora ai piedi le calze abbottonate, ma mi sentivo più esposta in quel momento, con i legacci della veste sciolti, di quanto mi fossi mai sentita in un bagno pubblico, senza alcun indumento addosso. Vidi lo sguardo del Barone indugiare qua e là mentre fissava il mio riflesso nello specchio. Dapprima spalancò ancora di più la sottoveste per far risaltare la linea dei miei fianchi; poi abbassò gli occhi verso la zona oscura che era fiorita su di me negli anni trascorsi dal mio arrivo a Kyoto, indugiandovi a lungo; infine rialzò lo sguardo lentamente, passando oltre il ventre e lungo il costato, fino alle due areole color prugna: prima da un lato, poi dall'altro. A quel punto il Barone allontanò da me una delle sue mani, cosicché da quella parte la sottoveste tornò a coprirmi. Ciò che fece con quella mano non sono in grado di dirlo; in ogni caso non la vidi più. A un certo punto avvertii una fitta di panico nello scorgere una spalla nuda uscire dal suo accappatoio. Non capivo che cosa stesse facendo... e, anche se oggi mi sarebbe possibile formulare una precisa ipotesi, preferisco non pensarci. So soltanto che avvertii distintamente il suo fiato arroventarmi il collo. Dopo, non vidi altro. Lo specchio divenne una confusa macchia argentea: non ero più riscita a contenere le lacrime.

A un tratto il respiro del Barone rallentò. Avevo la pelle così calda e madida di sudore dalla paura che, quando finalmente mi lasciò andare la sottoveste facendomela ricadere addosso, sentii la ventata sulla schiena come una piacevole brezza. Subito dopo mi ritrovai sola nella stanza: il Barone era uscito senza che me ne fossi accorta.

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